"Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. (…) L’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé" . 
                                                                                         Oliver Sacks

Il libro

Un viaggio o un'opera teatrale?

L’indice del libro, che si articola in quattro tempi e un preludio, farebbe pensare alla struttura di un’opera teatrale. La scenografia, che fa da sfondo alla narrazione, cambia e accompagna gli attori nel loro raccontare.

Antonio Colaleo è il protagonista principale attorno al quale si snoda la sua storia familiare, l’esperienza drammatica della prigionia, la delusione  del rimpatrio.

Alla fine della pièce ci si accorge di aver fatto un percorso di viaggio che si chiude con la realtà dei lager dopo settanta anni.

L'Autrice  torna  nei luoghi della   deportazione diventando  narratrice  delle sue emozioni.

“Matite sbriciolate” è la storia della prigionia del capitano Antonio Colaleo nella quale si rispecchiano le vicende dei tanti militari italiani i quali dopo la proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si rifiutarono di combattere a fianco della Germania; vennero arrestati, privati dei loro beni, caricati su tradotte e deportati verso il nord Europa, nei territori del Reich. Vissero quasi due anni nei lager nazisti, sottoposti a violenze e maltrattamenti, soffrendo la fame e il freddo.

Con alcune matite sbriciolate nelle tasche perché non fossero sottratte alle perquisizioni, il capitano Antonio Colaleo immortalò i campi di prigionia in 34 disegni: immagini di baracche, torrette e filo spinato, cieli cupi e ventosi, grandi spazi sotto la neve. Il tratto è leggero, i colori sono tenui e sfumati. Non c’è dolore in queste immagini, né si percepisce la sofferenza. C’è invece il desiderio di estraniarsi dall’inferno del lager, di sfuggire allo squallore e alla miseria. Gli ambienti sono quasi sempre vuoti e le figure umane sono poche e spesso solo abbozzate.

Finita la guerra, il protagonista del libro riuscì a portare con sé i suoi disegni ma questi rimasero chiusi in un cassetto insieme ai ricordi. Ne parlò solo a pochi intimi, li mostrò unicamente ai familiari (1) (2) (3).

Antonio continuò a dipingere per suo piacere: acquerelli, oli e matite. I soggetti preferiti erano le nature morte o gli angoli della vecchia Bari. Mai più riprodusse i ricordi dell’inferno dei lager.

Oggi sappiamo che fu per tutti così. I militari che riuscirono a tornare in Italia non raccontarono le loro storie; scelsero il silenzio e preferirono tornare alla normalità con l’unico desiderio di dimenticare le atrocità subite.

In questo libro si intrecciano passato e presente, eventi storici e racconti densi di umanità. Le storie personali di Antonio Colaleo si rianimano e si mescolano con le vicende di quei militari italiani i quali, rifiutando caparbiamente le offerte della Germania, avevano messo in atto una vera e propria resistenza al nazifascismo nella speranza in un domani di dignità e di libertà a se stessi, ai propri cari e al Paese.

La prefazione di Enrica Tedeschi

Un libro dentro un libro l’ha definito la sociologa Enrica Tedeschi* nella sua prefazione. Il filo conduttore di “Matite sbriciolate” è il racconto della prigionia di Antonio Colaleo dal suo primo giorno di internamento al rientro in patria. E’ qui il primo libro:  la ricostruzione degli eventi attraverso i ricordi, un esempio di storia orale ricca di riferimenti storici e  di dettagli che in “Matite sbriciolate” diventa l’intelaiatura solida della ricostruzione dei fatti.  

Il secondo libro sta nella costante e sistematica ricerca di un legame fra il particolare e il collettivo, nella scoperta della connessione tra l’esperienza di Antonio e quella di altri uomini, di altre situazioni, di altre atmosfere con le quali il protagonista entra in contatto e costruisce relazioni.  

Il personaggio principale racconta ed è raccontato, gli eventi sono da lui subiti e interpretati. La storia di Antonio non è solo una successione di episodi ma è un percorso che dà senso alle esperienze vissute dai singoli soggetti, ampliato e reinterpretato da una umanità cenciosa e sofferente e, allo stesso tempo, dignitosa e fiera. Un processo che si modifica costantemente, che si carica di emozioni forti e che dà alla storia una grande vitalità ed energia.

*Enrica Tedeschi, sociologa presso l’Università di Roma Tre, è figlia del grande attore teatrale Gianrico Tedeschi, internato nei lager nazisti.