Nato a Bari nel 1909 in una numerosa famiglia operaia, Antonio Colaleo frequenta negli anni ’30 la prestigiosa Accademia di Modena e si distingue per i brillanti risultati conseguiti. La carriera militare ha inizio negli anni in cui l’Italia è in guerra a fianco della Germania. La divisione Fanteria Regina, a cui Antonio Colaleo appartiene, funge da guarnigione permanente per tutto il Dodecaneso.

La vita a Rodi con la giovane moglie Stellina sembra essere l’inizio di una felice vita di coppia e di una brillante carriera militare. Ma la situazione bellica nel ’42 si fa pericolosa e Stellina torna in Italia.

L’8 settembre 1943 Antonio Colaleo si trova nell’isola di Creta per un’azione militare. Fu un giorno di altissima tensione; non c’erano ordini dei superiori, l’esercito era allo sbando e molti ufficiali si diedero alla macchia. Per i militari che si trovano nelle isole non c’è scampo: vengono accerchiati dai tedeschi, costretti ad abbandonare le armi. L’alternativa alla prigionia era l’adesione al nazifascismo e alla Repubblica di Salò.

Il capitano Colaleo rifiuta di continuare la guerra a fianco della Germania. Viene arrestato, caricato su una tradotta e inviato nei campi di prigionia; prima a Biala Podlaska, in Polonia, e poi a Sandbostel e a Wietzendorf, in Germania. Il viaggio è un incubo. Senza mangiare e senza bere, gli uomini sono stipati nei vagoni restando in piedi notte e giorno per non cadere e non essere calpestati.

La fame è stata la sofferenza più grande della prigionia. Nei suoi racconti il capitano Colaleo dichiarerà di aver rovistato nei rifiuti alla ricerca di bucce di patate e avanzi di cucina. E poi ci saranno le violenze e i soprusi: le adunate sui piazzali dei campi, a volte sotto le tormente di neve, e le perquisizioni per punire gli italiani traditori.

Antonio Colaleo tornerà a casa il 25 agosto 1945 come un barbone, scriverà in una sua nota: dimagrito di oltre trenta chili, con gli scarponi sfondati, i pantaloni a brandelli e le caviglie gonfie per edema da fame.

Riprenderà la sua carriera militare, non parlerà della sua esperienza nel lager nazisti, si spegnerà serenamente nella sua città, Bari, nel gennaio 1994 con il grado di generale.

Il capitano Antonio Colaleo

La vita in Accademia: "Questa del correre era proprio una terapia d’urto. Come se non bastasse, gli ufficiali e gli anziani ci trattavano come pezze da piedi, si vendicavano delle violenze subite a suo tempo". 
                                                        Nuto Revelli

Il senso del dovere

  

Le scelte del capitano Antonio Colaleo sono state mosse da un innato senso del dovere.

Ma nelle scuole militari il giuramento al re e alla Patria legava indisso-lubilmente i militari ai quei valori di fedeltà che oggi hanno un sapore risorgimentale. Il suo significato simbolico era così forte che molte furono le dichiarazioni di fedeltà al re che si svolsero nei campi di prigionia in forma clandestina per evitare punizioni da parte tedesca.

I simboli quali la bandiera e le stellette aumentavano il senso di appartenenza; molti internati conser-varono con orgoglio per l’intero periodo della prigionia le proprie uniformi anche se sporche e lacere ma con le mostrine saldamente attaccate.

Modena. Padiglione di scherma mentre si svolge una lezione. (Annuario della Regia Accademia di Fanteria e di Cavalleria. 1933 – XII)

Milano 1934. Partecipazione ai Littoriali dell’anno XII dell’era fascista con la squadra di scherma dell’Accademia militare di Modena.  Antonio Colaleo è il penultimo da destra. (Foto Colaleo)